Un giallo catartico (II parte)

scritto da Francesca Cosini
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Autore del testo Francesca Cosini

Testo: Un giallo catartico (II parte)
di Francesca Cosini

VI

Torino, 14 luglio 1997

Caro diario,

un altro faticosissimo anno di lavoro è terminato. Finalmente! L’aria che si respira in ufficio è così densa che pare una coltre di fumo tossico fuoriuscito dalle ciminiere di una vecchia sgangherata fabbrica. La concorrenza, seppure ammantata da una melliflua atmosfera di collaborazione e cordialità, è spinta all’estremo e ha indotto tutti i colleghi a guardarsi di sottecchi come tra spie di agenzie governative avversarie. Al principio trovavo questo ambiente stimolante, la gara a chi fosse il più abile mi appariva un gioco adrenalinico, ma mi sono presto reso conto che questo modo di agire è come una roulette russa, in cui alla fine siamo tutti perdenti. All’entusiasmo iniziale è subentrato un sentimento di oppressione e di compassionevole mestizia per la mentalità di chi alimenta tale sistema.

Fortuna che c’è Pat: dolce e determinata insieme, carina e piena di vitalità. Grazie a lei mi sono appassionato ai fastosi templi dorici, agli arzigogolati palazzi barocchi, ai ritratti di dame opulente, all’inconfondibile odore delle antiche credenze tarlate, alle raffinate porcellane decorate con squillanti colori, a tutta la frastornante bellezza dell’arte insomma.

Ho conosciuto Pat sulla spiaggia di Tropea, il paese natale della madre, una mattina di circa otto anni fa. Entrambi ci eravamo recati di buon’ora in riva al mare per raccogliere le conchiglie più belle ed eravamo così assorti ad osservare la rena che ci siamo letteralmente scontrati. Dopo una fragorosa risata abbiamo stretto immediatamente amicizia.

Ho trascorso un’estate pazzesca ed indimenticabile. Non sono mai stato tanto felice in vita mia.

Tornato a Torino, abbiamo mantenuto i contatti con interminabili e frequenti lettere, con qualche cartolina e polaroid e persino con alcuni disegni delle opere d’arte visitate insieme.

Inutile dire che Tropea è diventato il luogo d’elezione delle mie vacanze.

Infatti ora sto preparando le valigie per scappare laggiù, dove potrò ritemprare la mente e lo spirito.

M.

 

VII

“Nel giro di un anno e mezzo due casi archiviati in modo dubbio e scarsamente soddisfacente e un terzo caso di morte misteriosa! Cosa accidenti sta succedendo in questa città?” urlava Glavinaz al telefono. L’ispettore aveva appena ricevuto un comunicato: Vanessa Goggia, direttrice del Museo Egizio di Torino, era stata trovata in fin di vita dal custode del turno preserale in circostanze agghiaccianti. La donna, infatti, giaceva mezza riversa nel sarcofago di una delle tre sorelle, trasferito nel laboratorio di restauro per un “ritocco”. Si tratta della mummia di cui sono ben visibili e conservati i capelli, la giovane figlia di un sacerdote, deceduta a breve distanza dalle altre due congiunte a causa di un virus o di cibo avariato. La dottoressa Goggia era spirata durante il trasporto in ospedale. Poco prima di perdere definitivamente ogni cognizione, aveva pronunciato parole da far accapponare la pelle: “Mi ha avvelenato”. Considerate le circostanze del decesso, i più scaramantici avevano invocato la leggendaria maledizione della mummia.

Un pallido agente borbottava: “Ma come tre casi?” col mento tremolante.

“Sì, il suicidio dell’avvocato Biondi, l’incidente della professoressa Piccolomini ed ora questo!”

“La professoressa è morta in montagna, però”, obiettò il poliziotto.

“Già, ma viveva a Torino e solo per comodità l’inchiesta ha avuto luogo ad Aosta”, concluse asciutto l’ispettore.

 

Le notizie sulla scomparsa di Vanessa divisero l’opinione pubblica tra i fautori della scienza e i devoti ai miti: la vittima, che era affetta sin dalla nascita dal diabete, era morta per complicanze insorte in seguito alla mancata somministrazione della consueta dose di insulina. La fiala era stata rinvenuta vuota, il che faceva supporre che fosse stata usata, eppure pareva non aver sortito alcun effetto. Molti avevano osservato che le cause della morte erano del tutto razionali, spazzando via qualunque spiegazione fantasiosa. Tuttavia un esiguo numero di commentatori aveva posto l’accento sul mancato effetto del farmaco: lo spirito della mummia, risvegliato dall’intervento di restauro, ne aveva annullato l’efficacia oppure la dottoressa Goggia l’aveva somministrato all’antica fanciulla nel tentativo di risuscitarla.

Fatto sta che, per quanto risultasse deplorevole, le visite al Museo subirono un’inattesa impennata dopo quel sinistro evento.

Trascorsi alcuni giorni, emersero ulteriori sviluppi: l’ultima fiala usata dalla direttrice conteneva tracce di cloruro di sodio, la comune soluzione fisiologica, mentre non ve n’erano assolutamente di insulina, circostanza che suggeriva un intervento di alterazione.

Le informazioni sulla personalità della Goggia non agevolarono la soluzione del caso: Vanessa era una donna ambigua, una patina di cordialità e di empatia verso chi la circondava celava in realtà un carattere rigoroso, a tratti spietato, poco incline alla flessibilità e meno che mai all’indulgenza. Coloro che le erano affini entravano nella cerchia dei suoi protetti, gli unici degni del suo apprezzamento, gli altri erano considerati dei reprobi.  

Uno dei suoi bersagli era stato il custode, che l’aveva vista per ultimo. Il giovanotto, che si era presentato una limpida mattina con un ritardo di dieci minuti per presunti intralci dovuti al traffico stradale, nel giro di due giorni era stato declassato al turno preserale. Il custode pertanto si era recato in questura terrorizzato e rigido come un baccalà, temendo di venire additato quale principale sospetto di un caso di omicidio.

 

Anche l’ex marito della vittima era stato convocato durante le indagini: aveva dato l’impressione di essere uno spaccone impaziente di sputar veleno sulla vecchia consorte, che aveva definito una donna impossibile e quindi piena di nemici. Voleva imporre il suo rigore a tutti e chi non lo accettava diventava oggetto di rappresaglie. Per questo motivo l’aveva lasciata. Indubbiamente lui era un perfetto indiziato, ma ce n’erano altri mille nella sua stessa situazione. Questa volta la polizia si sarebbe trovata con un sacco di lavoro da affrontare. Tale almeno era l’opinione dell’uomo; alto, abbronzato, sicuro di sé, con un cappello da texano ed una gomma che non aveva mai smesso di ruminare non appariva affatto il prototipo della vittima in cerca di vendetta.

 

Furono passati in rassegna tutti i dipendenti della direttrice deceduta: si dividevano in due opposte fazioni, gli adoratori e i detrattori. I primi erano invaghiti della tempra del loro capo e ne tessevano sperticate lodi. “Era una donna affascinante”, sospirò il bigliettaio con occhi sognanti e malinconici. “… Una leader sagace e un solido sostegno per l’intera istituzione”, concluse con un sorriso sfrontato il vice-direttore. “Una guida superba e una stakanovista incrollabile”, la definì con ammirazione il responsabile della sicurezza.

“Un’arpia, una iena, una despota lunatica”, fecero da contrappunto alcuni catalogatori, il curatore degli allestimenti degli spazi museali e la segretaria personale.

 

Gli interrogatori e le indagini si protrassero per un’intera settimana e furono tortuosi ed estenuanti, ma fruttarono la ricostruzione dell’ultima giornata della vittima: Vanessa era giunta sul luogo di lavoro puntualissima, come sempre, alle ore 7:30, aveva letto la posta, firmato una serie di ordini di pagamenti arretrati, revisionato le attività degli altri dipendenti, persino quella dell’impresa di pulizie. Aveva passato l’indice sui davanzali, osservando con disappunto il colore caligine del suo polpastrello, e aveva provato a pattinare sul pavimento del suo ufficio, constatando con contrarietà che le suole s’inchiodavano invece di scorrere agevolmente, segno di un’insoddisfacente ceratura. Era sorto, con la responsabile dell’igiene, un alterco piuttosto vivace e bizzarro: entrambe urlavano paonazze, ma una in italiano e l’altra in un dialetto sudamericano, che si concluse con un nostrano “mai più” e con lo sbattimento di una porta davanti all’espressione felinamente trionfante della direttrice.

Intanto le sale del museo erano gremite di scolaresche, che alternavano mandibole sbadiglianti davanti a vasellame domestico a occhi sgranati di fronte agli scheletri delle mummie. Tutto era rimasto impresso nelle registrazioni delle telecamere a circuito chiuso, sequestrate e pazientemente esaminate dalla polizia. Vanessa aveva invece impedito di installare questi aggeggi nel suo ufficio, perché non desiderava infrangere la sacra inviolabilità della sua privacy e in quanto gli orribili oggetti stridevano decisamente con gli arredi in stile ottocentesco. Una vera disdetta! Il suo presunto assassino doveva avere agito proprio in quel luogo e non se ne poteva raccogliere la testimonianza.

Alle tredici era entrato un cameriere tutto imbacuccato, con dei vistosi baffi neri (che fossero posticci?) e un vassoio con il pranzo della Goggia: un panino imbottito di antipasto piemontese, una fetta di torta alle nocciole e una macedonia di frutta. In effetti nessuno conosceva l’uomo che aveva consegnato i viveri, ma talvolta il bar si avvaleva di inservienti occasionali, quando non riusciva a far fronte a tutte le richieste.  

La direttrice era rimasta tutto il giorno tappata nella sua tana, al telefono, per organizzare l’evento dell’anno, “Una notte al museo”. Si trattava di un tour in orario serale, guidato da alcuni egittologi di fama internazionale, Gregorio Donadio, Callisto Belzè, Adele Borgo Fraschi e Benjamin Cutter; le sale percorse avrebbero dovuto essere ammantate di luci suggestive, che prevedevano anche decori in movimento, e sarebbero state avvolte da arcani echi remoti. Tutto avrebbe concorso, insomma, a immergere i visitatori nell’atmosfera di un tempo perduto e a suscitare emozioni indimenticabili.     

La direttrice era uscita dal suo covo solo verso le otto, per controllare lo stato di avanzamento dei restauri. Dopo si sarebbe recata all’apericena programmata al “Gianca” con il vice-direttore, l’editore de “La Stampa”, l’assessore comunale alla cultura e altri quattro influenti amici. Nessuno, però, l’aveva vista. Il cellulare squillava a vuoto, perciò era scattato l’allarme: il custode del museo era stato allertato, aveva esplorato l’edificio e aveva effettuato la macabra scoperta. I soccorsi, ahimè, erano sopraggiunti tardivi.

Nonostante gli sforzi effettuati, non erano ancora saltati fuori elementi che provassero un omicidio né tantomeno che inchiodassero chicchessia. Tutti avevano un alibi inattaccabile; l’unico filo pendente restava l’ignoto cameriere che aveva portato l’ultimo pasto della direttrice. Non era stato possibile rintracciarlo: nessuno sapeva chi fosse, le immagini non avevano fornito indizi utili e a nulla erano valsi gli appelli pubblici a riconoscere l’uomo o a presentarsi in questura per un’autoidentificazione.

* * *

Glavinaz entrò l’ennesima volta nell’ufficio di Vanessa, avviluppato da pesanti nubi di pece sul punto di scaricare una tempesta. Infatti l’ispettore calò con veemenza un pugno sull’elegante scrivania. La vibrazione tonante fece aprire un cassettino, che fuoriuscì di sghimbescio. Glavinaz tentò di rimetterlo a posto senza successo: una listarella di legno che lo sorreggeva si polverizzò, rosa dai tarli, sollevando una nuvoletta di segatura. L’espressione torva del poliziotto si dissipò, lasciando posto ad una sorpresa ancora scettica. Nel cassettino era comparsa come per magia la foto di una polaroid, stinta dal tempo: essa raffigurava un gruppo di persone accaldate e abbigliate grossolanamente davanti ad un cumulo di rovine antiche; al centro svettava una giovane Vanessa con un sorriso smagliante e le gote rosse di fatica e di soddisfazione. L’ispettore prese con sé il reperto allo scopo di identificare luogo e persone ritratte, con la speranza di ricavarne qualche indicazione. Una vocina gli ronzava in testa, infondendogli un’inspiegabile fiducia.

 

Dopo alcuni giorni il responsabile del C.E.D. compose il numero che campeggiava sul biglietto da visita: “Sono il professor Galimberto. Abbiamo i risultati completi della perizia. La foto, dunque, risale a dieci anni fa. La vittima che, come ha prontamente intuito, è la persona al centro, si trovava a dirigere una spedizione di scavi a Contrada Monaci, su incarico dell’esimio professor Giorgio Giallini. La Goggia è circondata da cinque collaboratori e da tre studenti, tutti identificati.”

“Ottimo, mi lasci prendere il taccuino per annotare i nomi”, interloquì l’ispettore.

“Fatto”, concluse dopo alcuni secondi di scarabocchi.

Mentre guidava diretto in ufficio, Glavinaz si ripeté mentalmente l’elenco che si era appuntato. Un’intuizione lo folgorò come un bagliore nel buio: Enrico, Enrico Crosetto, lo aveva interrogato nel corso delle indagini sulla morte di Roberta, la donna deceduta in montagna circa tre mesi prima. Non era una strana coincidenza? Ecco un legame, seppur ancora fievole e abbozzato, tra le due disgrazie. “Ma con la terza, ossia la prima, se la consideriamo in ordine cronologico,” andava ragionando tra sé e sé l’ispettore, “non c’è alcun aggancio, a parte il fatto che sia le tre donne sia Crosetto erano residenti a Torino… Forse sto lasciando correre l’immaginazione troppo a briglia sciolta.”

Una catena di clacson e di imprecazioni irripetibili sfiorarono l’udito di Piero: egli aveva premuto violentemente il freno, suscitando l’indignazione dei guidatori retrostanti. “Acc!” esclamò imprimendosi una manata sulla fronte. “La Biondi abitava a Torino da svariati anni, ma aveva trascorso parte della sua giovinezza in Calabria, non poi tanto lontano dagli scavi archeologici. Certo, un anello consistente come una bolla di sapone, ma se fosse…”

Una sgommata stridente lasciò a bocca aperta la piccola folla di automobilisti che si stava accostando al malaccorto pilota con intenzioni poco rassicuranti.

L’ispettore, sotto il pungolo della sua nuova folle intuizione, si era precipitato alla stazione di polizia, per svolgere accurati approfondimenti e dare corpo ai suoi sospetti.

Dopo ore e ore, trascorse a revisionare tutta la documentazione relativa ai casi che lo interessavano, Glavinaz stentò a distogliere lo sguardo da quelle carte, ché gli occhi parevano essersi amalgamati ad esse diventando un tutt’uno. Era quasi mezzanotte quando il poliziotto si alzò dalla sedia e, arrancando fino alla vettura, si decise a concedersi qualche ora di sonno.

L’indomani, davanti a una robusta colazione a base di caffelatte, uova, pancetta e pane integrale, nella mente di Glavinaz sfarfallavano due nomi: Mario ed Enrico. Il vedovo della Biondi era però stato escluso dal presunto omicidio della moglie, quindi il suo ruolo di colpevole appariva ora più sbiadito. Comunque valeva la pena di scavare nella vita dei due uomini, per verificare se saltasse fuori qualche scheletro.

 

VIII

Locri, 10 giugno 1998

Caro diario,

in questa terra amara e polverosa avevo conosciuto una deliziosa ragazza, spiritosa, intelligente, leggermente paffuta, capelli biondi a spazzola, spumeggianti come lei, grandi occhi nocciola ombreggiati da lunghe ciglia ricurve. Era giunta agli scavi alla guida di un gruppo di turiste che desideravano assaporare la vita dell’archeologo, vestita con un paio di pantaloncini attillati cremisi, una candida camicetta di lino con le maniche arrotolate, degli scarponcini da trekking da cui spuntavano spessi calzerotti a coste, e, calcato sulla testa, un vivace cappellino bianco e rosso con visiera. Mi raccontò poi che era membro di un’associazione di volontariato, la quale raccoglieva fondi per la cura dell’antico patrimonio della zona, organizzando delle gite “immersive” per turisti. Questi ultimi, dopo una rapida lezione consistente in un condensato di fantarcheologia, venivano muniti di picconcini, zappette, spazzolini e scopette e condotti sul campo. Arrivavano ansiosi e trepidanti, simili ai bambini con secchiello e formine sulla battigia della spiaggia, e provavano a scavare in alcune zone loro riservate. Di tanto in tanto qualche urlo di giubilo interrompeva il monotono picchiettio. Era stato dissepolto il frammento di un’anfora e ora bisognava passare allo studio e alla catalogazione: ansa di olla in argilla, risalente al VI secolo a. C. … “Bravo, bravissimo!”. Macché, quello era l’orlo di un’idria…

La guida dei novelli ed improvvisati archeologi risiedeva a meno di cento chilometri dall’arcaico sito. Era davvero graziosa e affabile e con la sua vocina flautata attirava le simpatie di tutti, signorine che cercavano di imitarne movenze e posture e giovanotti, che le lanciavano languidi sguardi. La seducente sirena irretì anche me.

A fine lavoro ci recavamo a prendere una bibita dissetante e, chiacchierando chiacchierando, scoprimmo di avere molti interessi comuni.

A settembre dovetti tornare a Torino, città in cui lei pure aveva trascorso svariate stagioni e che ricordava con nostalgia. Il rientro, invece, fu per me assai deprimente. La bruma mattiniera, con cui spesso mi destavo, contrastava penosamente con il cielo lindo e ventoso delle mie giornate estive e l’umidità pareva permeasse ogni fibra del mio corpo. Mi consolai intrecciando una fitta corrispondenza con la mia amica. Le lettere si riempirono di confidenze via via più intime e di leziosi cuoricini, il che alimentava le mie speranze.

A Pasqua mi precipitai giù e… ci fidanzammo!

Abbandonai la poco remunerativa e noiosa archeologia e mi impiegai come giornalista. Stavo covando un roseo futuro insieme alla mia Patty. Un giorno, passando davanti ad una scintillante vetrina di corso Francia, notai un anello adorno di un incantevole ametista taglio smeraldo, entrai d’impulso, lo acquistai e la sera stessa prenotai un volo per Lamezia Terme.  Poi telefonai alla mia ragazza, dandole appuntamento nel luogo che ci era stato galeotto: l’area archeologica di Locri. Lei appariva affascinante e gaia come di consueto. Con una fresca risata argentina mi comunicò che si era verificata una grossa novità e io ribattei altrettanto.

E così veniamo ad oggi: sopraggiunto alla meta, col cuore palpitante e intrepido, ho visto profilarsi all’orizzonte una coppia, lei una brunetta minuta, con uno scamiciato fiorito e alti sandali di vernice, lui un bellimbusto atletico dall’aspetto ombroso. Più si accostavano a me più vedevo le due figure sfocate, perché osservavo il panorama alle loro spalle, cercando di scorgere Patty. All’improvviso mi sono trovato quei due così vicini che sono stato costretto a metterli a fuoco. La ragazza era colei che attendevo, così tramutata nell’aspetto! Di colpo ha proferito: “Lui è Mario, il mio nuovo amore, perdonami…”

Repentinamente un nero sipario è calato sui miei occhi e sulla mia anima. Quando il sangue raggelato ha ripreso a fluire, ho notato Mario a terra con una piccola spaccatura sul labbro superiore destro. Come un automa, senza neppure rendermene conto, gli avevo sferrato un gancio. Poi in silenzio me ne sono andato.

Ora sono qui in albergo a singhiozzare su questa pagina, sui miei sogni infranti, con una busta di ghiaccio sulle nocche gonfie della mia mano dolente.

Come ha potuto comportarsi tanto crudelmente? Sembra una persona completamente diversa.

Prima o poi mi vendicherò, Patty, te lo giuro!

E.

 

IX

La signora Dileo era un’anziana dall’aria disponibile e fiduciosa, avvolta in uno scialle di cachemire color cammello, con lunghi capelli argentei raccolti in una morbida treccia e avvolti in una crocchia alla base della nuca, come usavano le donne di un tempo. I penetranti occhi grigi indagavano con curiosità il volto di Glavinaz. No, non aveva notizie di suo figlio da un paio di mesi: “Ma sa, sono ormai avvezza a questi periodi di eclissi. Non le nascondo che all’inizio mi procuravano una certa apprensione, in seguito ci ho fatto il callo. Mio figlio viaggia frequentemente o partecipa a riunioni, a conferenze, è oberato di lavoro e si scorda di tutto il resto. No, non si è mai sposato né ha prole. Amici? Poche relazioni strette ai tempi dell’università. Si trovano ancora spesso, eh! Grane? Cambiamenti d’umore? Bah, con me non si confida. Però… aspetti, proprio recentemente mi sono decisa a disfarmi della mobilia della sua vecchia camera e nel cassetto della scrivania ho rinvenuto una specie di quaderno, da cui sono scivolate due foto di una graziosa ragazza. Penso si tratti di un vecchio diario. Io non ho dato neppure una sbirciatina, ho il massimo rispetto per l’intimità altrui, però magari a lei può servire…”

La signora, dopo un’iniziale esitazione, aveva attaccato a rispondere come una macchinetta alle domande dell’ispettore, il quale aveva immediatamente manifestato interesse per l’oggetto propostogli.

Prima di poterlo esaminare, tuttavia, aveva dovuto sottoporsi al rito del tè, di cui la Dileo era un’autentica fanatica, tanto più che, quando riceveva la visita di estranei, aveva l’occasione di sfoggiare un servizio di raffinate porcellane.

Un’altra passione della donna era la floricoltura, cosicché Glavinaz era stato condotto nella piccola serra, ricavata sul balconcino del retro, ad ammirare carnose dalie porporine, cespi punteggiati dal blu intenso delle pervinche, variopinte zinnie e un odoroso alberello di gelsomino. Infine, dopo essersi profuso in mille complimenti, ricevette l’agognato quadernetto.

Rientrato in ufficio, s’immerse nella lettura: non fu molto lunga, in quanto l’autore aveva compilato il diario molto saltuariamente, solo per registrarvi gli eventi reputati di grande rilievo affettivo e sentimentale. Le ultime pagine recavano la narrazione dell’infelice storia con Patty. Seguiva un numero imprecisato ma corposo di pagine immacolate.

“Lo sapevo che c’era qualcosa sotto!” pensò l’ispettore. “Enrico conosceva Patrizia Biondi e la detestava, conosceva anche la Goggia, con cui aveva lavorato agli scavi, e considerato il bislacco carattere di quest’ultima… potrebbe anche avere avuto dei seri contrasti con lei. Infine era anche amico della Piccolomini. Certo non è emerso ancora nessun possibile movente per l’omicidio di Roberta, tuttavia Crosetto appare il filo che congiunge le tre fatali disgrazie, una ben singolare coincidenza. Ora basta elucubrazioni. Al lavoro!”

Per racimolare ulteriori informazioni sull’indiziato, furono convocati alcuni parenti e conoscenti di Enrico Crosetto, tra cui un paio di zii, Carlo Chiadò e Francesca Cosini, una buona amica dell’università persa però di vista da alcuni anni.

Alcuni giorni dopo una pattuglia si dirigeva a sirene spiegate verso via Assarotti 10, attuale dimora dell’indiziato, per prelevarlo e interrogarlo.

 

Il trambusto sottostante indusse gli inquilini del palazzo ad uscire sui balconi per curiosare. Intanto anche nella via un gruppetto di persone andava accalcandosi nei pressi della pantera parcheggiata di sbieco. L’edificio era dotato di portineria. Il custode, un ometto sovrappeso con radi capelli impomatati, rivelò alla polizia che Crosetto non risiedeva più lì. Il suo alloggio era stato completamente sgomberato due giorni prima da un’anonima ditta di traslochi e l’inquilino era partito. “Per il Canada”, soggiunse l’uomo.

“Così all’improvviso? E si porta tutta la mobilia e le suppellettili fin laggiù? E l’alloggio? Lo ha messo in vendita?” scandì Glavinaz con la bocca arsa.    

“Tutta quella roba non so dove l’abbiano portata, però il signor Crosetto non era mica il proprietario della casa, era in affitto”, rispose il portinaio.

“Lei ha le chiavi? Mi farebbe la cortesia di mostrarmi comunque l’appartamento?”

Il custode non replicò, ma rientrò in guardiola, rovistò in un cassetto e ne uscì con una lucida chiave di ottone. Salirono tutti al terzo piano e la porta venne spalancata. L’alloggio era effettivamente vuoto, così sorprendentemente desolato che non si poteva trovare neppure un granello di polvere.

I poliziotti ritornarono indietro e il capannello di curiosi si disperse deluso.

Glavinaz non tralasciò di verificare gli spostamenti del sospetto: fu confermato il suo trasferimento in Canada, a Toronto, per indefiniti motivi di lavoro.

A quel punto l’ispettore alzò le spalle e volse gli occhi al cielo in un eloquente gesto di rassegnazione: “Con gli indizi poco probanti di cui siamo in possesso non possiamo richiedere un mandato di fermo intercontinentale. Ma se Crosetto tornerà, sono qui ad attenderlo.”

 

X

30 luglio 2006 – ore 9:00

Caro diario,

sono su un volo diretto a Toronto, dove mi sto recando per trascorrere le vacanze dal mio ritrovato amico Enrico. Mentre osservo dall’oblò la striscia di lacca turchese del cielo, ripenso a tutti i più rimarchevoli eventi che mi sono accaduti a partire da quel lontano giorno in cui si erano concluse superiori.

Avendo conseguito la maturità classica, ritenni quasi una logica conseguenza proseguire gli studi intrapresi iscrivendomi alla facoltà di lettere. Vissi i primi mesi in uno stato di disorientamento: un piccolo esercito di studenti si accomodava ogni giorno in vasti emicicli, senza mai salutarsi, volti anonimi privi di sguardo, finché un giorno non riuscii a scambiare qualche parola con i vicini. Una volta un caffè al bar, una sera una cena in pizzeria, un fine settimana un’escursione in montagna e così io, Enrico, Carlo e Roberta cominciammo a frequentarci con una certa assiduità, da cui sbocciò una specie di amicizia. Se la definisco così è perché non percepivo un’autentica e completa corrispondenza di sentimenti, non si era prodotta una schietta comunicazione di idee e pensieri, le conversazioni si attestavano sempre sulla superficie. Roberta talvolta spariva, s’immergeva nella preparazione degli esami per settimane, escludendoci totalmente dalla sua vita, Carlo discorreva soltanto dei suoi corsi di teatro e degli spettacoli ai quali insisteva lo accompagnassimo. Enrico era il più timido e sensibile, forse il più simile a me. Roberta, grazie alla sua inflessibile determinazione, otteneva sempre il massimo dei voti e talvolta ci trattava come una supponente maestrina. Pur essendo evidente quanto ci tenevo a collaborare con il professor Baldini per la sua pubblicazione sul ruolo dei fenomeni naturali nell’evoluzione dell’antica religione greca, ella mi soffiò l’incarico con sprezzante indifferenza.

Successivamente alla laurea persi i contatti con quei pochi “amici”, ma dopo circa un anno mi imbattei nuovamente in Roberta: entrambe avevamo superato il concorso per lavorare nella Biblioteca Nazionale. Diventammo colleghe ma, come un disco inceppato che ripete all’infinito le stesse note, si ripropose la consueta scena: io nei sotterranei, lei ai piani superiori. Dopo sette anni di logoramento psicologico chiesi il trasferimento. Ottenni un posto nella segreteria di una scuola, addetta al protocollo della posta e dei documenti: l’attività non era sicuramente più stimolante di quella precedente, ma almeno non dovevo più vedere la faccia della detestabile Miss Perfettini.

Era trascorso qualche mese dal mio nuovo incarico, quando un’uggiosa mattina, mentre litigavo con un ombrello difettoso per aprirlo, finii contro un’elegante signora in tailleur color crema. Sabrina, alias Patrizia, mi riconobbe immediatamente. Non ero cambiata di una virgola, mi disse, sempre la stessa persona … Indugiammo a conversare all’angolo di due vie, in piedi, sotto una fitta e solleticante pioggerellina. Patrizia mi sciorinò la sua vita: dopo essersi trasferita a Tropea, si era felicemente diplomata e poi laureata in giurisprudenza, si era sposata con Mario, un fascinoso ragazzo di Torino conosciuto in vacanza, e pertanto era tornata nella sua vecchia città. Adesso esercitava con discreto successo l’attività di avvocato e, vista anche l’agiata posizione economica del marito, viveva in una graziosa villa in prossimità della collina.

Poi insistette affinché le narrassi la mia parte di storia. Io, che non avevo nulla di invidiabile da esporre, balbettai qualche insulsa stupidaggine. Il volto di Patrizia assunse un’espressione di malcelato scherno, per nulla sorpresa, come se fosse esattamente ciò che si aspettava. L’antico rancore represso riemerse e il mio volto avvampò. Intanto la mia ex compagna mi prese sottobraccio e mi invitò a consumare un gelato al bar Elena, troncando nettamente ogni mio tentativo di diniego.

Non appena mi allontanai col finto pretesto di un appuntamento urgente, Patrizia si attaccò al telefono. Non si curò di allontanarsi abbastanza perché io non udissi. Aveva chiamato una sua cara amica per spettegolare sull’incontro appena occorso e – da non credere! – stava pianificando di esibirmi come un giullare alla sua corte di ammiratori! Il fiato mi si mozzò, le orecchie mi ronzavano sordamente e un’oscura rabbia s’impadronì di me: fu allora che concepii il terribile progetto di vendetta.

Attraverso l’oscura rete di Internet riuscii a procurarmi una fialetta di Nembutal, che portai con me il giorno dell’appuntamento. Una volta al bar, dopo una serie di convenevoli, azzardai la proposta di una simulazione, che consisteva nello scambiarci i ruoli per pochi istanti. Patrizia rimase un po’ interdetta, non credeva ch’io fossi tanto audace, ma alla fine accettò divertita. Il gioco prevedeva anche che scrivessimo dei biglietti e Patty, fingendosi me, vergò le seguenti parole: “Il lavoro è diventato ossessionante. Temo che il mio matrimonio non sia altro che una farsa.” Le avevo mentito, raccontandole che ero infelicemente coniugata.

Poi la mia “amica” si era allontanata alcuni minuti per recarsi alla toilette ed io avevo approfittato dell’occasione, le avevo versato il veleno nel cocktail, le avevo infilato il mio-suo messaggio nella borsa e avevo distrutto tutti gli altri. Poco dopo che era tornata al tavolino, ci eravamo congedate, lei mi aveva lasciato il suo numero di cellulare con la richiesta di farmi viva al più presto ed infine ci eravamo separate… per sempre!

L’archiviazione del suo decesso come caso di suicidio mi diede la spinta a perpetrare un’altra vendetta, contro chi aveva avvelenato e amareggiato la mia esistenza. Attesi circa quindici mesi prima di presentarmi nell’ufficio della professoressa Piccolomini con il pretesto di rinverdire una vecchia amicizia. Ricordavo un trafiletto del giornale di tre anni addietro: la cronaca cittadina annunciava che la nota e briosa dirigente della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino aveva lasciato vacante il suo posto per occupare l’ambita cattedra di filologia romanza presso l’ateneo. Pertanto una luminosa ed insolitamente frizzante mattina, senza aver fissato alcun appuntamento, m’infilai nel mio vecchio istituto mescolandomi agli studenti, salii le scale fino al quarto piano e bussai alla porta il cui cartiglio recava il nome di Roberta e il suo corrente titolo, inciso a caratteri pomposi. Avvertivo il cuore scoppiarmi nel petto. Quando ricevetti l’invito ad entrare, aprii l’uscio e mossi tre passi come un automa. Rimasi in piedi senza proferire parola finché la docente, dopo avermi squadrato, commentò: “Ma come ti sei conciata?”

Indossavo un paio di jeans aderenti, una felpa bianca con la scritta “Harvard”, delle scarpe da pallacanestro di tela indaco e un cappellino con visiera dello stesso colore: con il mio fisico minuto e un libro ed un quaderno sottobraccio speravo di mimetizzarmi con gli alunni, ma questo non lo rivelai. Esclamai invece con una voce squillante e stonata: “Volevo onorare i vecchi tempi! Ti ricordi di me?”

“E come potrei dimenticarti?” ribatté con un tono tra l’acido e il canzonatorio Roberta. “Sei sempre la solita. Con quella faccia mortificata ti riconoscerei anche tra un secolo! Mi auguro che il tempo abbia operato in te almeno qualche mutamento. Ai tempi degli studi universitari eri un po’ una palla al piede e in biblioteca apparivi sempre taciturna, malmostosa e noiosa. Perdonami se te lo dico, cara, ma perché sei comparsa ora senza neppure farti annunciare, dopo esserti repentinamente volatilizzata?”

“Amabile come una serpe”, meditavo io nel frattempo. Avevo stabilito di offrirle ancora un’opportunità, per capire se si fosse redenta e riallacciare un rapporto di amicizia, ma compresi che questo non era mai germinato, neppure quando credevo si fosse stabilito un certo grado di confidenza. Dal discorso che seguitò a pronunciare la professoressa, intesi che si era sempre ritenuta di gran lunga superiore a me e che mi aveva tollerato solo per non perdere l’amicizia di Enrico e di Carlo, ma che in realtà disprezzava profondamente la mia apatica timidezza. Tali parole denigranti decretarono il suo destino.

“La mia presenza qui denota una certa acquisita disinvoltura, non ti pare?” la interruppi con una sorprendente freddezza. “È ovvio che sono molto cambiata! Via la tetraggine e l’antica muffa! E, se non ci credi, ti esporrò un’allettante proposta. In montagna, nel Parco del Gran Paradiso, ho acquistato una deliziosa piccola baita. Che ne diresti di ritrovarci lì, magari con vecchi e nuovi amici, per una gustosa polentata? Allora?”

Roberta rimase in silenzio per tre interminabili minuti con un’espressione enigmatica, poi le labbra serrate si sciolsero in un sorriso, mi assestò una pacca sulle spalle e, con l’aria della fiera che pregusta la preda, mi disse: “Guarda che ti metto alla prova, eh?”

Le impedii di cacciarmi fuori dall’ufficio, come pareva intenzionata a fare, e le strappai un appuntamento per la nostra gita con banchetto. La indussi anche a promettere che non avrebbe rivelato a nessuno il segreto, al fine di non guastare la sorpresa.

Fu più facile del previsto: le avevo dato appuntamento in un luogo solitario, presso un dirupo suggestivo e, mentre era in estatica contemplazione, le infersi una secca spinta. Probabilmente credette che le fossi accidentalmente finita contro a causa della mia goffaggine, non ebbe neanche il tempo di urlare, riuscì soltanto ad emettere un flebile fischio.

Anche questo caso fu archiviato come un disgraziato incidente e ciò mi rese più risoluta e audace. Vi era una terza donna che mi aveva avvilito e umiliato, la direttrice della biblioteca, trasferita poi a capo del Museo Egizio, Vanessa Goggia. Un giorno ero venuta casualmente a conoscenza della sua patologia: la stava raccontando ai suoi devoti, mentre offriva loro un caffè alla macchinetta. Disdegnandomi sommamente, non si era neppure accorta della mia presenza. Così architettai di approfittare di questa sua debolezza. Contattai telefonicamente la direttrice, chiedendole se potevo passare a salutarla, visto che avevo lavorato come sua dipendente alla Biblioteca Nazionale. Il giorno prestabilito per il delitto mi recai in visita al museo e, dopo una rapida escursione, domandai al personale di consentirmi l’accesso all’ufficio della dottoressa Goggia. Naturalmente controllarono le mie referenze, poi mi permisero l’ingresso. Ostentai mille false moine, una volta ritrovatami faccia a faccia con la dirigente. Sul suo volto traspariva un’aria di disgusto, che tentava di celare dietro un sorrisetto di convenienza e qualche banale esclamazione di finta cortesia. Poi un’importante telefonata la distrasse ed ella si allontanò per circa mezz’ora, affinché non potessi udire nulla della capitale conversazione.

La penna per le iniezioni d’insulina mi occhieggiava dalla cattedratica scrivania. Vanessa non aveva abbandonato le sue vecchie abitudini di tenere tutto il necessario a portata di mano, agevolandomi l’operazione: sostituii con mano tremante la fiala del medicinale con una che conteneva semplice soluzione fisiologica. Quando la mia vittima ritornò, avevo recuperato il controllo di me stessa. Con voce gioviale mi accomiatai, affermando che non desideravo intralciare il suo lavoro. Un’espressione di sollievo allentò i duri tratti di Vanessa, che mi salutò a malapena. Io uscii celermente e mi allontanai come volando. Le tempie mi pulsavano senza tregua. Attesi…

Il giorno seguente i notiziari trasmisero l’annuncio della misteriosa ed inquietante morte della Goggia.

Quando alcuni mesi dopo fui convocata in questura, temetti di essere sospettata, invece la polizia mi pose alcune domande sul mio ex compagno Enrico Crosetto. Intuii che l’indiziato era lui: aveva sempre manifestato gentilezza e pazienza nei miei confronti e non desideravo procurargli guai, pertanto lo contattai e lo avvertii. Per quanto basito ed incredulo dei sospetti su di lui, mi raccontò che l’informazione che gli avevo fornito lo aveva persuaso ad accettare una proposta di lavoro, la quale comportava un trasferimento in Canada.

Quell’improvviso trasloco dall’esito incerto si era rivelato una fortuna: Enrico aveva trovato la sua attività ideale e aveva acquistato una splendida casetta, dove tra alcune ore lo raggiungerò.

Francesca

 

Toronto, 30 luglio 2006 – ore 5:40 (ora locale)

Caro diario,

l’annuncio dell’atterraggio all’aeroporto di Toronto tra venti minuti mi ha destato dal sonno in cui sono sprofondata. Mi sento vitale, piena d’energia e ottimista come non lo sono mai stata. Il frammento di un ricordo è baluginato nella mia mente: l’imitazione di un’azione nobile e compiuta, avente grandezza, in un linguaggio adorno…, per mezzo della pietà e del terrore finisce con l’effettuare la purificazione di cosiffatte passioni.

Mentre mi sforzo di rammentare con maggiore precisione e lucidità queste parole e di mettere a fuoco tutto quanto è recentemente accaduto, mi accorgo che il carrello ha sfiorato il suolo. La frenata in velocità del velivolo mi appiattisce contro lo schienale del sedile e io mi percepisco quasi trasfigurata. Mi sembra di essere uno spettatore che ha assistito ad un dramma giallo, coinvolto nelle più intime fibre, senza tuttavia averne realmente preso parte, ed esce dal teatro con animo più puro.

Il pilota annuncia che possiamo sganciare le cinture di sicurezza e ci dà il benvenuto in Canada. Prendo “La Stampa” per riporla nella mia borsa: la cronaca di Torino propone in prima pagina un’intervista all’ispettore Glavinaz…

Francesca

Un giallo catartico (II parte) testo di Francesca Cosini
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